Fame emotiva: un'occasione di ascolto
- cammaratamilena
- 29 nov 2021
- Tempo di lettura: 5 min
Sabato 20 novembre 2021 sono stata invitata dalla Dott.ssa Giada Lorin, consulente in nutrizione, con l’occasione di una diretta Facebook per confrontarsi ed integrare punti di vista diversi sul tema della Fame Emotiva. L’idea di fondo era quella di leggere la Fame Emotiva dai due punti di vista diversi, quello nutrizionale e quello psicologico, per provare poi ad offrire spunti di riflessione rispetto ad alcune strategie, da mettere a verifica, sia in termini di prevenzione che di “soluzione”.
La Fame Emotiva può essere letta come la scelta della persona di ricorrere al cibo, non alla luce di una fame fisiologica, ma a fronte di uno stress emotivo, o più in generale alla luce di emozioni che ci rendono “affamati” di avere una risposta, di essere calmate e/o colmate, il più presto possibile. La Fame Emotiva può prendere sfumature diverse: da qualche spuntino in più durante la giornata, ad attacchi di fame, o vere e proprie abbuffate in cui la persona ha la sensazione di perdere il controllo. In quest’ultimo caso la situazione può risultare piuttosto complessa, fino a parlare del sempre più conosciuto “Binge Eating Disorder (Disturbo da Fame Compulsiva)”, che merita una presa in carico sistematica ed integrata tra professionisti diversi, ma che non vuole essere il fuoco di questa riflessione. Dal confronto con la Dott.ssa Giada Lorin, infatti, ha preso sempre più spazio l’importanza di dare ascolto anche a chi fa “meno rumore”, senza che questo significhi necessariamente trovare un problema dove non c’è. Il punto d’altronde è proprio questo: perché metterci in ascolto con sé e gli altri solo quando c’è un problema che fa tanto rumore? Quante volte forse “alzare il volume” è stata la scelta in qualche modo necessaria, proprio perché non si è dato o non si è ricevuto ascolto prima?

Proprio alla luce di queste riflessioni ho piacere di dare spazio e tempo a quelle situazioni in cui mente e corpo manifestano la loro unicità (nei termini di essere un’unità) per darci un’occasione in cui pensare ed ascoltare, noi stessi e/o gli altri: cosa ci stanno dicendo quegli spuntini fuori pasto o quell’attacco di fame più importante mentre siamo a casa da soli, o alla fine di una giornata, o prima di vedere una persona, o quando tutti stanno già dormendo, a casa c’è silenzio e non ci sarebbe nient’altro da fare se non dormire?
Ascoltando chi me ne parla in colloquio e leggendo delle testimonianze, emerge che spesso c’è una sorta di “prurito emotivo”, non è chiaro cosa si stia provando e perché, ma prima ancora di capirlo ci si è già diretti in cucina, col frigo aperto e la dispensa ben in vista, a scegliere qual è l’alimento che possa attenuare quel “formicolìo”. In quel momento, come la Dott.ssa Lorin ci ha aiutato meglio a comprendere, spesso sono soprattutto gli alimenti grassi ed ipercalorici ed avere la meglio, ancor di più se legati a “premi o coccole alimentari” ricevuti in momenti particolari della propria vita (ad esempio, “se finisci i compiti ti do il gelato”, “vieni che la nonna ti ha preparato quella torta al cioccolato che ti piace tanto”, senza dimenticare i sacchetti di patatine sgranocchiate insieme agli amici in quelle serate in cui tutto è possibile…).
In effetti, le sensazioni iniziali possono essere molto piacevoli (perché questo tipo di alimenti favorisce la produzione da parte del cervello di serotonina e dopamina). Tuttavia, soprattutto nel caso di attacchi di fame più importanti, queste sensazioni possono lasciare il posto a pensieri ed emozioni nettamente meno piacevoli: da un più blando senso di sgradevolezza, a sempre più pesanti sensi di colpa, di vergogna o di disgusto.
Dal mio punto di vista sono proprio queste situazioni, in cui ci si sente a disagio con sè stessi e con quanto fatto, a poter dare l’occasione di provare ad avere uno sguardo diverso verso di sé: il senso di colpa e di vergogna, infatti, possono essere letti come l’ipotesi di non aver chiaro il senso che quella determinata azione e scelta ha per la persona stessa; non ci si riconosce, perché forse non ci si conosce abbastanza e ci si può spaventare.
In alcuni casi, ad esempio, la persona arriva a scegliere il cibo a fronte di forte agitazione, ansia, rabbia; in altre situazioni possono essere la noia, l’insoddisfazione, la tristezza, la depressione ad “alimentare” l’attacco di fame. Le persone che parlano di Fame Emotiva raccontano spesso di sentire di non credere in sé stessi, di non sentirsi a proprio agio nelle relazioni con gli altri o di avere la sensazione di non riuscire a controllare a pieno la propria vita, di non essere “abbastanza” (abbastanza bravi, abbastanza forti, abbastanza capaci…). Per alcune di queste persone il cibo sembra quindi poter avere il ruolo di “anestetico universale” (si parla proprio di “Confort Food”) o magari di sfogo.
Cosa fare se la persona sente che questo ricorrere al cibo non le fa più bene, non solo dal punto di vista nutrizionale, ma anche dal punto di vista psicologico ed emotivo, perché, anziché essere un aiuto per calmare e colmare emozioni poco piacevoli, il cibo diventa un problema aggiuntivo? Ovviamente sono diverse le strategie che possono essere prese in considerazione da un punto di vista nutrizionale (per questi rimando ai professionisti del settore), ma in questo spazio il focus vuole essere su cosa si può provare a fare dal punto di vista psicologico a fronte di quel “formicolìo emotivo”.
Per il mio modo di vedere il “problema” (si rimanda al mio post “Uscire dal fango per rimettersi in viaggio” https://www.milenacammarata.com/post/uscire-dal-fango-per-rimettersi-in-viaggio ), sono ben distante dall’ offrire i famosi “5 passi per uscirne”: il mio vuole essere più un modo per dare un paio di spunti di riflessione su cosa si può provare a fare. Spesso, ad esempio, in questi casi si propone di “provare a distrarsi”, ma a mio avviso occorre fare attenzione a cosa si intende con questo suggerimento: se distrarsi vuol dire un semplice “pensare ad altro per non pensare al cibo”, può essere poco utile e deludente, perché quando la Fame Emotiva chiama è molto difficile non rispondere immediatamente e quando non si riesce a farlo il senso di fallimento può essere ancora più faticoso da sopportare. Tuttavia, ritengo che possa essere utile trovare una “distrazione” nei termini di qualcosa che sia molto sensato con quanto si sta provando: ad esempio, cosa posso fare per “buttar fuori” questa emozione senza “buttar dentro” cibo? O cos’altro posso “buttare dentro” al posto del cibo per sfamare questa “fame” che sento? Quali azioni o attività, al di là dell’attacco di fame, in questo momento potrebbero aiutarmi ad ascoltare e comprendere meglio quello che sto provando? Che “sapore” ha questa “fame”? Cosa dice di me in questo momento? Cosa dice di quanto sto vivendo in questa giornata o di quanto anticipo dovrò affrontare nelle prossime ore?
Nel caso in cui si sia scelto comunque il cibo anziché altro, può essere utile provare ad andare oltre al senso di disagio o vergogna, provando a sospendere il giudizio e la severità verso di sé, per vedere, ad esempio, se la scelta dei cibi che sono stati ingeriti possono aiutare a fare qualche ipotesi sul significato che hanno per sé, quali aspetti di sé possono richiamare. Oppure dare spazio alla riflessione sui “momenti critici”, in cui più spesso avvengono gli attacchi di fame, può essere d’aiuto per capire cosa si sta muovendo dentro di noi e, allo stesso tempo, iniziare a prendere consapevolezza del fatto che forse la persona si sente in qualche modo bloccata o spaventata a fare dei passi nella vita e nelle relazioni.
Ovviamente la disponibilità e la possibilità di provare a porsi queste domande e ipotizzare possibili risposte dipendono da persona a persona; in alcuni casi non è semplice accorgersi di sentirsi da soli di fronte a quanto emerge o a quanto si sta "buttando giù" e prenderne consapevolezza può comunque essere l’occasione per iniziare a parlarne insieme ad un professionista, per ascoltarsi ed essere ascoltati, prima che il “rumore” diventi troppo forte.


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